Il candidato

Mamadou Diakité

“La prima cosa è scegliere il trafficante giusto. E io ho scelto il migliore. Infatti sono qua. Sita: il più vecchio pappagallo del mercato Roxy di Abidjan, bababababababa, un metro e 70, capelli grigi e una bancarella piena di qualunque, e dico qualunque, medicina fabbricata sulla faccia della terra. Sita la contattano da tutto l’interno del Paese quelli che vogliono andare via. Ha svuotato villaggi interi.”

Mamadou ha trentadue anni quando decide d’intraprendere il viaggio: il Viaggio della Morte o della Vita Migliore. 

Nel 2016 diventa un candidato, è così che chiamano le persone che decidono di partire, come si trattasse di un concorso. 


La narrazione di Mamadou si trasforma in una testimonianza dettagliata del “sistema” di sequestro dei migranti: trafficanti, corrispondenti, passeurs, taxisti, traghettatori, guardie costiere, un’umanità disumana che sta tra i candidati e la terra promessa, che non è una terra, ma un mare, il mare Mediterraneo, blu, affascinante, immenso. 

Un sistema fatto di luoghi di detenzione arbitraria, “ghetti”, un unico universo concentrazionario di sfruttamento e violenza. 

Mamadou però si definisce un candidato fortunato: dopo sofferenze, umiliazioni, torture, tentativi mancati, riesce a prendere il mare e ad approdare in Italia. Lampedusa, Catania, Foggia e poi Manfredonia, dove oggi lavora come attore in una compagnia teatrale.